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Smart working e social recruitment: come si lavora nel futuro

processo di selezione in italia

 

Le due coordinate principali per orientarsi nel mondo del lavoro del futuro sono lo smart working e il social recruitment. Cambiando il modo di cercare lavoro, sempre più supportato da piattaforme come Adzuna, app e social network, mutano anche i mezzi con cui – una volta trovato – si sviluppa il proprio compito.

Lo smart working ha anche una legge che ne disciplina le modalità di esecuzione, mentre il social recruitment e il suo utilizzo da parte dei responsabili delle risorse umane deve costringere gli utenti a ripensare l’uso che si fa di piattaforme come Facebook, Instagram e Twitter. Anche una sola foto può rovinare il vostro primo e più personale biglietto da visita.

Cos’è il social recruitment
Il social recruitment è quella pratica che contempla l’uso dei social network nella valutazione di un candidato. Sono sempre di più le aziende che si avvalgono di questo strumento per avere una fotografia più completa del candidato e delle skills – sia soft che hard – che il candidato può portare in azienda. Vengono valutate la partecipazioni agli eventi, alle community, persino le attività di volontariato che si fanno.

Un altro elemento chiave nel buon esito dell’ignoto colloquio che i recruiter fanno attraverso i social è la rete. Infatti, i propri contatti professionali e personali possono dare ai responsabili delle risorse umane la caratura sociale e le connessioni – preziose o meno – che il candidato porta in dote. Proprio per questo motivo, il social prediletto dalle aziende è Linkedin, seguito da Facebook e Instagram.

Chi fa social recruitment
Sempre più aziende e agenzie per il lavoro interinale adottano entusiasticamente questo metodo di analisi e pre-selezione dei candidati. Tuttavia, proprio a causa dell’enorme mole di informazioni contenute sui social, i recruiter che vagliano Facebook, Twitter e Instagram devono ricevere un’adeguata formazione per non trarre conclusioni troppo affrettate.

Pregi e difetti del social recruitment
Se da una parte al candidato può sembrare un’invasione della privacy, dall’altra il social recruitment favorisce chi ha costruito nel tempo profili molto professionalizzati. Esaminando il candidato già attraverso questo biglietto da visita, il colloquio reale potrebbe risultare più breve e approfondito su uno specifico argomento. Per i recruiter questo metodo permette di risparmiare molto tempo nella valutazione delle potenziali risorse.

D’altra parte la consapevolezza di essere sotto una costante lente d’ingrandimento anche quando si posta la foto di un compleanno, può creare forte stress nei candidati. È necessario quindi valutare e periodicamente depurare i propri profili di informazioni che possono danneggiare il proprio futuro lavorativo.

Cos’è lo smart working
Un’azienda che usa il social recruitment per individuare la risorsa più adatta al suo business, potrebbe anche aver già fatto sua la pratica dello smart working. Grazie a una traduzione letterale, potremmo definire lo smart working una forma di lavoro agile, che non prevede la presenza del dipendente in ufficio e contempla la possibilità di lavorare in remoto o in altre sedi dell’azienda.

La legge n.81 del 2017 prevede l’applicazione dei principi di questa modalità di lavoro al rapporto subordinato. Lo smart working permette di innovare e migliorare la produttività dei dipendenti, dando loro maggiore spazio e responsabilizzando le persone senza bisogno di tenerle incollate alle scrivanie.

Lo smart working infatti mira a garantire maggiore flessibilità degli orari di lavoro, che vengono ripensati su una prospettiva settimanale più che giornaliera. Questo approccio cambia anche i compiti e l’organizzazione della giornata lavorativa, sempre meno importante rispetto al raggiungimento degli obiettivi prefissati in funzione della propria figura professionale.

Inoltre, la ricaduta economica dello smart working su economia e ambiente è significativa. Questo nuovo paradigma lavorativo può produrre un aumento della produttività del lavoratore pari al 15%, che a livello nazionale si traduce in 13,7 miliardi di euro di benefici complessivi. Un solo giorno di remote working a settimana sull’arco di un anno fanno risparmiare una media di 40 ore all’anno di spostamenti, con una riduzione di emissioni pari a 135 kg di Co2.

Chi sono gli smart workers
Hanno in media 40 anni, lavorano al Nord e sono per il 68% uomini: è questa la fotografia degli smart workers fatta dall’Osservatorio Smart Working 2017 del Politecnico di Milano. Insieme a questi dati anagrafici, quello più significativo è la crescita: dal 2013 sono aumentati del 60%. Solo nell’ultimo anno la crescita registrata è stata del 14%.

Rispetto agli altri lavoratori, gli Smart Worker sono caratterizzati da una forte mobilità nei luoghi di lavoro: trascorrono mediamente solo il 67% del tempo lavorativo in azienda, contro l’86% degli altri. Inoltre, sono meno legati a una postazione perché sono chiamati a svolgere le proprie mansioni o in altre aziende collegate (13%) o in altre sedi della stessa compagnia. Rispetto alla media dei lavoratori gli smart worker sono più soddisfatti del proprio lavoro.

Le aziende che amano lo smart working
In Microsoft lo smart working esiste da oltre 10 anni. Secondo Silvia Candiani, amministratore delegato della divisione italiana, ciò ha consentito di organizzare il lavoro in modo più flessibile e attento alle responsabilità dei singoli dipendenti. Il 79% di essi ha dichiarato di sentirsi più produttivo. Dai dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano è emerso che un 36% di grandi imprese ha già lanciato progetti di smart working strutturati, ma che le iniziative che hanno portato a una vera rivoluzione sul posto di lavoro sono davvero poche.

Cresce l’interesse allo smart working anche da parte delle piccole e medie imprese, che però si limitano ancora ad approcci informali. Nella Pubblica Amministrazione invece solo il 5% degli enti ha attivato progetti strutturali per rendere realtà quella che sembra una visione futuribile del mondo del lavoro. Il 4% di queste istituzioni pratica lo smart working in modo informale.

È necessario creare una cultura intorno allo smart working e al social recruitment. Come dimostrano questi dati ancora troppo piccoli e la legge dedicata al lavoro agile, queste pratiche non sono il futuro: sono il presente. Solo non per tutti. Ed è su questo che bisogna lavorare.